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Noi, invasi dalla rabbia della cultura Maga “E che cosa hanno i re, che non abbiano anche gli uomini comuni, eccetto il cerimoniale, eccetto il cerimoniale esteriore?” Shakespeare (Enrico V) di ANDREA MALAGUTI PODCAST - La rabbia globale dei principi decaduti https://is.gd/o47zZY Da Trump a Putin, che quattro anni fa invadeva l’Ucraina, viviamo in un’epoca shakespeariana di falliti di successo. Di Principi decaduti e di Presidenti, di Capi di Governo e di tecno-feudatari che, a parte il cerimoniale e l’ostentata montagna di denaro, non hanno davvero nulla più degli uomini comuni. Ad eccezione di una cinica volgarità e di una rabbia gridata con cui riempiono giubilanti il nostro quotidiano. Il quadro è desolante: giustizia sotto attacco, dazi usati come clave, immobiliaristici Board of Peace, migranti da arrestare, giri di vite da incentivare e club di privilegiati impuniti tra cui fare lo slalom nell’immondizia degli Epstein Files. Naturalmente, guerre, spie e dossier. Impossibile evitare questo veleno mefistofelico spacciato per politica, a Washington come a Roma. Questa pervasiva sottocultura Maga che sostiene la baldanzosa e vincente Internazionale della Cattiveria, perennemente alla ricerca di un nemico che giustifichi e autorizzi le proprie nefandezze. I sistemi liberali lavorano da sempre per antagonismo, perché da lì, dal confronto regolato e bilanciato, traggono la loro forza. I sistemi politici verticali – che un tempo chiamavamo Sud del mondo e oggi siamo noi – si fondano invece sulla velocità indiscutibile, sgraziata e scivolosa, di scelte padronali al di sopra della legge. I n questo racconto dell’orrore e del disagio, in cui l’agenda delle nostre vite è consegnata a egotici leader che ignorano la differenza tra potere e arbitrio, avendo un’istintiva attrazione per la disinvolta disumanizzazione delle persone, è impossibile trascurare due dimensioni che si intrecciano in quel che resta dell’Occidente. Una radicalizzazione sociale che divide ricchi e poveri e una radicalizzazione politica che divide destra e sinistra, cancellando la sempre più debole voce di progressisti e conservatori tradizionali. Come se, incapaci di soluzioni razionali e ipnotizzati dal dittatorello di turno, ambissimo allo strappo definitivo, alla guerra civile, alla rivoluzione per la rivoluzione. Se vi sembrano iperboli andatevi a rileggere l’ultimo intervento pubblico della presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde: “il nuovo ordine mondiale è un modello di coercizione e mercantilismo”. Persino le élite hanno paura delle élite. Non siamo banalmente di fronte a stravaganze sconsiderate e a spavalderie ingiustificate, ma a veri e propri conati golpisti, declinati in modi diversi e tenuti a bada da contrappesi democratici ormai considerati inaccettabili fardelli sulle spalle di chi si sente detentore della verità collettiva. Che cosa fa Donald Trump quando spiega che i giudici della Corte Suprema, bocciando i suoi dazi, dimostrano di avere “messo la loro stupidità al servizio di forze straniere”? Piccona lo Stato, sconquassa le relazioni internazionali, invocando per sé il pieno controllo di un sistema che, fortunatamente, qualche anticorpo ce l’ha ancora. E che messaggio manda il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, quando definisce il Consiglio superiore della magistratura un organo paramafioso? Terremota la Costituzione, introducendo l’idea che la divisione dei poteri non sia più un pilastro democratico, ma piuttosto un grimaldello eversivo. Non è esattamente lo stesso tipo di messaggio? Anche qui, grazie al cielo, le radici democratiche, per quanto messe a dura prova, restano ancorate profondamente alla coscienza pulita del Paese. Fino a quando? La Presidente del consiglio, Giorgia Meloni, descrive il quotidiano dibattitto sul referendum come una lotta nel fango (stimolata da chi?) e l’ex magistrata Simonetta Matone, oggi deputata della Lega, ignara di essere collegata a un incontro al quale partecipano i giornalisti, rivela: «Tutti noi pensiamo quello che dice Nordio, ma il ministro confonde le cose che si possono dire in pubblico e quelle che si possono dire nei salotti e in questo modo fa il gioco del No». Incommentabile. Come incommentabile è il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, che accusa: «Voteranno per il Sì indagati, imputati e massoneria deviata». Abbiamo largamente superato il segno, se persino un uomo solitamente pacato come il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, spiega che «con questi toni rischiamo le macerie. E implora: «fermiamoci». La destra di governo, incapace di una strategia, ha capito che con il referendum mette in gioco sé stessa e non nasconde la paura di lasciarci le penne. Ma, se anche non ce le lasciasse, dopo questa delegittimazione costante, come ritroveremo un equilibrio accettabile tra il potere esecutivo (che di fatto ha inglobato quello legislativo, annichilendo il Parlamento) e il potere giudiziario? E, d’altro canto, se passasse la riforma della giustizia, che nelle parole di Nordio “favorirebbe” anche Elly Schlein se mai dovesse andare a Palazzo Chigi, siamo sicuri che le aspre controversie dei tribunali si trasformerebbero in accademici confronti svizzeri? Non basta l’esperienza americana a spiegare che la differenza non la fanno la separazione delle carriere o i Csm estratti a sorte, ma la moralità delle persone? L’indole degli esseri umani è merce avariata o di pregio che di certo non si cambia a colpi di riforme raffazzonate e strumentali. Lo dimostra la qualità dei giudici che hanno indagato il poliziotto accusato dell’omicidio di un pusher a Rogoredo. Un poliziotto apparentemente abituato alle mazzette degli spacciatori (ma qui, va da sé, aspettiamo il processo), che il ministro Salvini aveva deciso di difendere senza se e senza ma per il semplice fatto di appartenere alle forze dell’ordine. Non sentite qualcosa di ridicolo nel sentenziare a prescindere? Nel dividere il mondo per categorie?? Un mondo in cui, cullandosi nel suo meschino ruolo da solista, il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, con gli occhi piccoli, bui ed evasivi, per vendicarsi delle decisioni di una Corte in buona parte nominata da lui, aggredisce il mondo promettendo un ulteriore aumento dei dazi? Ma se il Tiranno di Mar a Lago è un anziano signore pieno di esuberanze irrazionali, come è possibile che di fianco a lui non ci sia nessuno capace di tenerlo a freno? Davvero siamo costretti a vivere sotto la gogna di questa mediocre rappresentazione dell’esistenza? Gli orrendi files di Epstein dimostrano inequivocabilmente che chi guida il pianeta si sente svincolato da qualunque tipo di disciplina, di onore e di responsabilità. Pedofilia, torture, abusi, figli di uno sconvolgente delirio di onnipotenza che consegna ai servizi segreti di mezzo mondo il controllo automatico di uomini che dovrebbero indicare la strada per tutti. Fa paura. Ed è umiliante. Ecco perché servono regole, leggi e rigorose divisioni dei poteri. Chi governa non fa le leggi, chi fa le leggi non le applica, chi le applica non può essere confuso con la politica. A questo servono i contrappesi. E il richiamo al rispetto dei corpi dello Stato. Persino in Italia, certo, dove non siamo ancora precipitati nell’abisso americano e dove la Presidente del Consiglio non è ricattabile e non vive di sotterfugi, ma fa affidamento su una forma di aggressività cristallina che nessun leader dovrebbe coltivare. Perché le è così difficile trovare un senso della misura? Gli estremismi sociali e politici hanno come unico esito il conflitto e la disgregazione della vita comune. Ci muoviamo all’interno di un cortocircuito paradossale che tiene assieme la guerra dei dazi e la vergogna di Little St. James, lo scontro tra Washington e Bruxelles e le liti su Gaza, l’arroganza Maga e la riforma della giustizia italiana. Il mondo non è mai stato tanto diviso e allo stesso tempo tanto connesso. Nulla è davvero prevedibile. Quanto durerà l’arroganza dei Nuovi Re? Fino a che punto ci obbligheranno al vassallaggio prima che una rivoluzione sana li rimandi a casa? Apparentemente possenti e chiusi come la falange macedone, sono però destinati a dissolversi di fronte ad un nostro collettivo risveglio. Lo dice la Storia. Allora sarà facile immaginarli in preda al panico come Riccardo III. «Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo!». Il potere perde valore quando c’è in gioco la sopravvivenza. Quanto è lontano quel momento? Oggi sembra moltissimo.
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