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Lo scossone di Merz di Gianluca Mercuri Le parole del cancelliere, le mosse di Francia e Gran Bretagna, la posizione dell’Italia: punto per punto. Tutto già distrutto Merz ha preso spunto dal titolo della Conferenza, «Under destruction», riferito all’ordine mondiale degli ultimi 80 anni, di cui l’alleanza Usa-Europa è stato il perno che sembrava inscalfibile. Altro che scalfire, altro che «in corso di demolizione»: «Quest’ordine - dice il leader tedesco -, per quanto imperfetto fosse anche nei suoi momenti migliori, non esiste più». E questo vuol dire che per l’Europa «è finita la vacanza dalla Storia». Cosa vuol dire? Che l’avversione per l’Europa espressa nell’ultimo anno dall’amministrazione Usa, con le parole e con i fatti, ha fatto tabula rasa di ogni certezza, a cominciare da quella dell’Europa di godere della protezione americana. L’Europa si è vista, al contrario, colpita da dazi unilaterali e perfino minacciata territorialmente e militarmente, con la pretesa di Trump di impadronirsi della Groenlandia, tuttora sotto la sovranità danese. La critica all’America E’ stata esplicita. La «rivendicazione di leadership» della superpotenza «è messa in discussione, anzi potrebbe essere già stata dissipata». E una delle ragioni è che «gli Stati Uniti hanno tratto conseguenze radicali nella loro Strategia di sicurezza nazionale, ma stanno procedendo nel modo sbagliato». Cosa vuol dire? Merz si riferisce al documento reso pubblico in novembre, e ispirato soprattutto da JD Vance, in cui si accusa l’Europa di un declino irrimediabile, a meno che non torni «riconoscibile» sul piano etnico e guidata da governi affini all’attuale amministrazione americana. Un ribaltamento del canone seguito nei decenni precedenti, in cui l’unità dell’Occidente prescindeva da chi guidasse i singoli Paesi. Nel contempo, in questo primo anno del suo secondo mandato Trump ha mostrato chiaramente di preferire un mondo in cui le superpotenze si muovono da predatori e gli altri sono prede. E qui la risposta di Merz è stata particolarmente significativa: «Noi tedeschi lo sappiamo: un mondo dove conta solo la forza sarebbe un luogo oscuro». E’ un abisso che la Germania ha conosciuto nel secolo scorso «fino a un finale amaro e malvagio». Lo spiraglio che resta aperto «Il nostro primo compito come tedeschi e come europei è accettare questa nuova realtà», cioè organizzare la nostra difesa in modo autonomo, senza più dare per scontato l’appoggio americano. Ma «questo non vuol dire che sia un destino inevitabile». Cosa vuol dire? Vuol dire che gli europei non potrebbero che gradire un rinsavimento americano, con questo o più probabilmente con i prossimi presidenti. E’ d’altronde quello che ha detto ieri a Monaco il governatore della California Gavin Newsom, una delle personalità del Partito democratico più accreditate per correre alle Presidenziali del 2028: «Ci vorrà determinazione per ricostruire le alleanze e ciò che questo presidente sta distruggendo. Ma sono fermamente convinto che questo sia realizzabile e che accadrà». L’asse potrà essere saldato di nuovo, ed è l’auspicio di tutti gli europei. Ma l’Europa non potrà mai più farsi trovare impreparata e incapace di difendersi da sola: è questo il messaggio di Merz come pure, vedremo, di Macron e Starmer. Ma lo scontro è anche culturale Qui arrivano le parole forse più importanti di Merz, sull’altra grande cesura tra le due sponde dell’Atlantico. Ha detto il cancelliere: «Si è aperta una frattura tra Europa e Stati Uniti. La guerra culturale del Maga negli Stati Uniti non è la nostra. La libertà di espressione qui finisce dove le parole pronunciate sono dirette contro la dignità umana e la nostra Costituzione». Cosa vuol dire? È qui che Merz si è tolto dopo un anno il macigno, altro che sassolino, che gli aveva infilato nelle scarpe Vance. Il vicepresidente Usa aveva parlato a Monaco il 14 febbraio 2025, nove giorni prima delle elezioni tedesche. E con un’ingerenza inaudita, aveva espresso il suo appoggio per l’estrema destra dell’Afd, definendo antidemocratico il «cordone sanitario» nei suoi confronti, ovvero la sua esclusione dal governo. Aveva poi accusato l’Europa di mettere in pericolo la «libertà di espressione», riferendosi soprattutto ai limiti che le norme europee pongono alla tracotanza delle piattaforme digitali americane. Vance ha poi traslato questi concetti nella Strategia di sicurezza nazionale, facendoli diventare dottrina. E nell’Europa che per il mondo Maga (l’ideologia e il movimento trumpiani, dallo slogan Make America Great Again) rischia una «cancellazione della civiltà», Vance è il principale artefice del sostegno sistematico ai partiti di destra. È questa la «guerra culturale» che, avverte Merz, l’Europa non intende importare. L’Europa che abbiamo conosciuto finora, almeno. E poi ci sono Macron e Starmer Il presidente francese si è preso la sua rivincita, dopo l’apparente isolamento dei giorni scorsi. Merz gli aveva già lanciato un assist poderoso: «Con Macron ho avviato colloqui riservati sulla deterrenza nucleare europea», specificando che per la Germania deve restare in ambito Nato. Macron ha confermato l’intenzione della Francia di allargare il suo ombrello nucleare agli alleati, in forme ancora da definire. Ma in questo quadro c’è eccome la Gran Bretagna. Il premier Keir Starmer, in grande difficoltà in patria, si conferma più portato per la politica estera. Il nostro Guido Ippolito ha già letto il discorso che Starmer terrà a Monaco oggi, e rivela che sarà «una vera svolta nella dottrina di sicurezza britannica»: dalla contrarietà a un pilastro di difesa europea si passa alla sua promozione attiva in totale partnership con Francia e Germania, nel cosiddetto format E3. E’ il modo in cui Londra intende riprendere il suo posto in Europa: al punto che, dirà Starmer, «non siamo più la Gran Bretagna della Brexit», perché «non c’è sicurezza britannica senza l’Europa e non c’è sicurezza europea senza la Gran Bretagna». E l’Italia, in tutto questo? L’Italia è in una posizione delicata. Meloni è volata in Africa, Monaco aveva deciso di evitarla da tempo. Le parole di Merz non ha voluto commentarle, ma, scrive Simone Canettieri, il governo lascia trapelare che «i toni usati dal cancelliere nei confronti dell’America non sono condivisi dall’Italia». La strategia resta sempre quella del «ponte», e non c’è verso di emendarla: «Con Trump, quindi con gli Usa, bisogna provarle tutte, fino all’ultimo, senza rotture». Che cosa comporta, questa scelta? Il discorso è complesso, ma una spiegazione bisogna tentarla. Tutti i maggiori leader europei auspicano che il legame con l’America torni saldo, ma pensano che il modo per riuscirci non sia incassare gli insulti di Trump, ma rispondergli a tono e cominciare finalmente a organizzarsi. Perché Meloni non lo fa? Perché l’unico accenno di critica verso il presidente Usa l’ha fatto quando era proprio impossibile evitarlo, cioè quando Trump ha minacciato dazi contro i Paesi europei che avevano mandato soldati in Groenlandia, e la premier l’ha definito un errore? L’«interesse nazionale» Per quanto ci sia il rischio di rinfocolare vecchi pregiudizi anti-italiani (opportunismo, giri di valzer con partner diversi) è chiaro che Meloni si muove in base alla sua percezione dell’interesse nazionale. E’ plausibile che non si veda a suo agio in un format E4 con gli altri tre grandi Paesi perché lì saremmo il partner più debole, economicamente e militarmente. E che ritenga più convenienti i giri di valzer, le alleanze variabili: con Merz contro Macron per far contare di più gli Stati-Nazione in ambito comunitario, ma prima con Macron contro Merz per stoppare l’uso degli asset russi a favore dell’Ucraina. Spostandosi in base alle questioni, è l’assioma, si conta di più. Ma se si tratta di Trump, la premier sta essenzialmente con lui. L’affinità totale (ovvero la differenza tra Meloni e Merz) La questione di fondo è questa. Merz è un conservatore puro, un democristiano antico, un ultra filo-americano che si vanta di essere stato negli Stati Uniti più di cento volte in vita sua, uno c he ha la foto di Reagan in ufficio. Ma con «questa» America ha deciso di strappare. No a Trump, no a Vance, no alle loro guerre culturali. E no a Orbán: ieri Merz si è augurato la sconfitta, in aprile, del premier ungherese, che è il modello esplicito di Vance e dei think tank trumpiani. Meloni invece Meloni invece: l’anno scorso, dopo il discorso di Vance a Monaco, disse di condividerlo. Ad aprile esce negli Usa il suo libro, Giorgia’s Vision, con prefazione di Vance e citazione di Trump sulla copertina. Quando è stato ucciso Charlie Kirk, attivista di punta del trumpismo, ne ha fatto un caso nazionale, innescando un duro scontro con l’opposizione; quando sono stati uccisi dei cittadini inermi dalla milizia trumpiana dell’Ice, non ha commentato. E lei per Orbán tifa apertamente: in gennaio ha registrato un video in suo sostegno. Insomma Meloni è trumpiana, vanceiana, e non lo nasconde certo, anzi. Da questo punto di vista, l’asse con Merz è impossibile. E quindi? E quindi, trarre la conclusione spetta naturalmente ai lettori, e agli elettori. Stando ai sondaggi, Trump piace a poco più del 20% degli italiani, ma la prossimità a Trump non scalfisce, al momento, la popolarità della premier. Che forse (forse) può quindi ignorare i moniti di una personalità come Mario Monti, che (sul Financial Times) scrive che l’asse con Merz “va contro gli interessi dell’Italia e dell’Europa”. E soprattutto, in un editoriale sul Corriere, ha definito la vicinanza di Meloni a Trump «molto preoccupante per l’Italia». Al punto che potrebbe fargli risolvere la personale indecisione sul referendum, a favore del no: perché se la premier non prende le distanze da Trump, «mi verrebbe di pensare che abbia anche lei, nell’intimo, una vocazione autoritaria. Meglio allora, concluderei, non metterle in mano strumenti che potrebbero agevolare la messa in pratica dell’autoritarismo».
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