Un tweet non basta più, l’idea di giocare al rialzo di Federico Rampini L’ euforia è stata breve. La sentenza della Corte suprema per l’Europa cambia poco. La bocciatura di gran parte dei dazi introdotti da Trump non è la fine della guerra commerciale americana. I dazi rimangono, sempre al 15% per l’Ue. Cambia lo strumento giuridico per imporli. Il primo segnale dall’Europa lo ha dato l’industria tedescasembra moltissimo. L e associazioni confindustriali della Germania — cioè il principale motore delle esportazioni europee oltreatlantic o — hanno c h iest o chiarimenti urgenti a Bruxelles e a Washington. Contratti, prezzi e forniture erano stati costruiti sulla base dell’accordo Ue-Usa che prevedeva una media del 15%. La Commissione europea ha risposto: attendiamo dettagli. Tradotto: la decisione è americana. Cosa ha davvero deciso la Corte suprema? Il presidente non può usare la legge del 1977 sulle emergenze economiche internazionali (Ieepa) per imporre daz i senza un’autorizzazione del Congresso. Questa legge era nata per bloccare beni, congelare conti, imporre sanzioni a paesi ostili. Trump l’aveva trasformata in uno strumento commerciale: dazi contro alleati e rivali per ridurre il deficit. La Corte non ha bocciato la politica commerciale americana. Ha bocciato solo uno strumento giuridico troppo rapido che il presidente aveva impugnato per applicare lo strumento sbagliato, cioè i dazi (la stessa legge invece gli dà ampio potere discrezionale su altre misure come sanzioni, restrizioni quantitative all’import, o addirittura un embargo totale contro questo o quel Paese). In pratica ha detto: i dazi si possono mettere ma seguendo procedure normali. La politica commerciale cambia poco, la burocrazia coinvolta cambia molto. Una componente dell’accordo UeUsa era quel meccanismo bocciato dalla Corte. Il famoso «15% medio» sugli import europei funzionava così: tariffa normale + tariffa «reciproca» imposta via emergenza. La seconda parte è colpita dalla sentenza. In teoria, molte merci europee dovrebbero tornare a dazi bassi. In pratica, i dazi vengono rimessi con altre leggi. Poi ci sono tasse doganali che la sentenza non ha toccato: 1. Dazi strategici (sicurezza nazionale). Auto, acciaio, tecnologia, settori industriali sensibili. Questi sono sempre stati il vero pilastro del protezionismo americano (anche sotto Amministrazioni precedenti, Biden incluso). Non vengono toccati. 2. Dazi contro pratiche commerciali scorrette. Possono colpire tasse digitali europee, sussidi, regolazioni industriali. Washington sta già preparando nuove indagini. Perché Berlino è preoccupata? L’Europa teme l’incertezza. Prima il sistema era brutale ma si era raggiunto un assetto prevedibile, e le esportazioni dall’Europa verso gli Stati Uniti non erano affatto crollate. Ora si passa a un sistema legale complesso ma permanente. Le imprese preferivano sapere quanto pagare. Ora temono revisioni continue, indagini, negoziati. Il commercio diventa trattativa permanente. Almeno una cosa cambia in meglio: prima Trump poteva minacciare dazi con un tweet, magari con pretesti estemporanei, geopolitici, estranei al terreno commerciale (vedi il caso Groenlandia, poi rientrato). Ora deve aprire un procedimento. Questo riduce la velocità delle crisi commerciali, ma in teoria può aumentare la loro durata. Per l’Europa significa: meno shock improvvisi, più pressione strutturale. I dazi nello scenario peggiore possono diventare una politica industriale duratura, non un’arma tattica. Secondo l’analisi di Greg Ip sul Wall Street Journal, la sentenza offre un’anticipazione della politica commerciale americana futura: meno improvvisazione, non un ritorno al libero scambio. Gli Stati Uniti entrano in una fase più ordinata ma stabilmente protezionista. Da ora in poi Washington dovrà motivare i dazi e applicarli attraverso leggi esistenti: sicurezza nazionale, pratiche commerciali scorrette o squilibri della bilancia dei pagamenti. Questo ridurrà l’uso tattico dei dazi come arma politica immediata ma non il loro livello complessivo. Per il resto del mondo, la decisione conferma una realtà già evidente: la politica commerciale americana è cambiata in modo duraturo. Nemmeno un nuovo presidente garantirebbe un ritorno al passato. I dazi generano centinaia di miliardi di entrate fiscali, favoriscono alcuni settori industriali e hanno sostenitori sia nei repubblicani sia nei democratici. I repubblicani tradizionali parlano di reciprocità commerciale, protezione dei settori strategici, intervento pubblico per sicurezza economica. I democratici si allontanano dal libero scambio, sostenendo politiche industriali e criticando i trattati commerciali del passato.