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La competitività è l’unica via di salvezza. Bruxelles spinga energia e semplificazione

I rapporti Draghi e Letta indicano il percorso ai leader europei ma deve esserci l’urgenza per fare le riforme

di BILL EMMOTT

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Competitività» è una parola seducente, motivo per cui i leader europei la usano come un’etichetta per le discussioni riguardanti la riforma economica, come quella che si è svolta in un castello in Belgio il 12 febbraio. Mario Draghi ha usato quella stessa parola nel titolo del suo famoso rapporto del 2024, sul quale ha incentrato il summit. Eppure, la seduzione spesso dovrebbe essere evitata. In verità, “competitività” è un buon obiettivo per uno sportivo che partecipa alle Olimpiadi invernali, oppure per un ministro della Difesa che si rivolge alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza che si è inaugurata il 13 febbraio.

Non lo è però in campo economico. Gli sportivi competono. Anche gli eserciti competono. E lo fanno anche le aziende che si contendono con altre aziende mercati particolari. Nello sport, in guerra o negli affari, esistono vincenti e perdenti. Per l’economia nazionale o per le economie dell’Ue il discorso è diverso. Il successo dell’economia di un Paese non comporta la sconfitta dell’economia di un altro Paese, a prescindere da quello che può pensare il boss mafioso alla Casa Bianca. Un’economia è forte o debole, prospera o stagnante, in crescita o in contrazione. Non è competitiva o non competitiva. Non è vincente o perdente, in gara con le altre economie.

Le parole hanno il loro peso, perfino nel mondo spesso noioso della politica economica, perché scegliere le parole sbagliate può portare in direzioni sbagliate. Questo pericolo si percepisce chiaramente nel dibattito attorno al summit economico di giovedì nella campagna belga. Alcuni Paesi hanno argomentato a favore di un cambiamento delle politiche dell’Ue per allentare le norme antitrust, creare “campioni” europei in alcuni settori e instillare una preferenza per indurre «all’acquisto di prodotti europei». Se tali obiettivi saranno perseguiti come si deve, il risultato potrebbe consistere nell’aumento dei profitti di alcune fortunate aziende europee, ma anche nell’indebolimento della crescita economica e nell’aumento del costo della vita.

Alcune aziende sarebbero più “competitive”, ma nel suo complesso l’economia dell’Ue sarebbe più debole. I leader dell’Ue si sono dati tempo fino al loro prossimo vertice di marzo per raggiungere il consenso sulle modalità atte a espandere le loro economie. L’approccio migliore consisterebbe nel far coincidere il modo di pensare alle spese per la Difesa dopo la Conferenza di Monaco sulla Sicurezza con le misure economiche di più ampia portata che devono prendere. Ancora una volta, considerata l’importanza delle parole, dovrebbero lasciar perdere la parola “competitività” e sostituirla con il termine “efficienza”.

L’economia europea, in verità, non è debole e fiacca come talvolta la gente afferma. Dei 27 Stati membri dell’Ue, nel 2025 dieci hanno goduto di una crescita economica più rapida di quella statunitense. Il problema è che tra esse non compaiono le tre economie più importanti dell’Ue: Germania, Francia e Italia. Nonostante ciò, l’anno scorso la Germania ha lanciato un considerevole incentivo fiscale con la spesa pubblica nelle infrastrutture e la difesa, e i suoi effetti dovrebbero iniziare a essere percepiti quest’anno sia in Germania sia in Paesi come l’Italia che vi esportano parecchio.

La vera domanda da porsi è se questa grande espansione trainata da fattori fiscali ha un effetto altrettanto grande sulla crescita e i redditi come dovrebbe. E questo ci porta a parlare di spesa per la Difesa e al dibattito in corso a Monaco. Come ha fatto notare Mario Draghi nel suo rapporto del 2024, il problema principale dell’Europa per ciò che concerne la Difesa non è che spende troppi pochi soldi, ma che lo fa in maniera inefficiente. Dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, quattro anni fa, quasi tutti gli Stati europei membri della Nato hanno aumentato prontamente la loro spesa per la Difesa.

Tuttavia, i vantaggi in termini di sicurezza che ottengono dall’aumento della spesa sono limitati dal fatto che Paesi come Germania e Francia insistono ad acquistare dalle rispettive aziende nazionali, e spesso usano attrezzature incompatibili tra loro e perfino munizioni diverse. Per rendere l’Europa maggiormente in grado di proteggersi è indispensabile eliminare il più possibile queste inefficienze, abbassare i costi e, volendo prendere in prestito l’espressione americana “more bang for their buck”, spuntare un ricavato maggiore per ogni euro speso. Come ci si può riuscire? Istituendo appalti collettivi e armonizzando attrezzature e standard, e al contempo diversificando i fornitori per includere per esempio Paesi come Corea del Sud e Giappone.

Forse, i militari che amano i loro carri armati e le loro armi avranno di che obiettare, ma i politici devono scavalcarli. A Bruxelles si è tornati a parlare della possibilità di permettere agli Stati membri di procedere più rapidamente con l’integrazione economica, in caso di mancato raggiungimento di un consenso più ampio. Questo approccio si adatta in maniera particolare all’ambito della Difesa, dato che alcuni membri dell’Ue non sono anche membri della Nato. Questo «federalismo pragmatico», come lo ha chiamato Mario Draghi, è sensato. Altrettanto ragionevole, però, è cercare di incentrare la discussione su un piccolo insieme di obiettivi che in teoria potrebbero avere un grande impatto, invece che su un elenco enorme di politiche particolareggiate.

Nell’Ue non è garantito che si riesca a raggiungere quel consenso anche rispetto a un insieme limitato di obiettivi, ma se l’agenda è semplificata le chance saranno maggiori. Tra questi obiettivi dovrebbero esserci appalti collettivi nel settore della Difesa, o quanto meno coordinati. Buone chance di poter essere concordati ci sono anche per altri due obiettivi. Il primo può sembrare abbastanza tecnico, e questo può essere un vantaggio perché le questioni tecniche talvolta sembrano troppo noiose per crearci su una controversia pubblica. Si tratta della raccomandazione fatta da uno degli altri stimati ex primi ministri italiani, Enrico Letta, nel suo rapporto dell’anno scorso sul mercato unico.

Letta ha proposto la creazione di una nuova legge da estendere a tutta l’Unione europea, in virtù della quale le aziende possano essere create rapidamente e operare in tutta l’Ue rispettando un unico quadro normativo, invece di 27 sistemi nazionali diversi. Dal punto di vista tecnico, tale strumento è noto come “28esimo regime” e al momento è in corso di preparazione una proposta legislativa da presentare al Consiglio europeo e al Parlamento europeo. Con questo strumento, non soltanto si abbasserebbe il costo di creazione delle nuove imprese, ma si consentirebbe loro di rispettare anche un unico quadro normativo che disciplina molti altri aspetti, compresa l’insolvenza.

Se si riuscisse poi a compiere ulteriori passi avanti per ciò che concerne l’integrazione dei mercati finanziari degli Stati membri dell’Ue, si raggiungerebbe un miglioramento considerevole in termini di efficienza. L’altro settore dal potenziale enorme è quello energetico. Come hanno fatto notare Giorgia Meloni e Friedrich Merz nel loro documento congiunto per il summit economico, gli alti costi energetici incidono molto sulla forza delle imprese dell’Ue e al contempo aumentano il costo della vita per i consumatori. Una rete elettrica opportunamente integrata e connessa in tutta l’Ue ridurrebbe molto quei costi.

Il grosso ostacolo, tuttavia, è il potere delle aziende energetiche nazionali e delle aziende nazionali dei servizi, comprese quelle di Italia e Germania. Tutelando queste aziende nazionali e rendendole più “competitive”, di fatto i governi europei rendono l’economia europea meno efficiente e di conseguenza più debole. Aumentare l’efficienza usando un quadro normativo comune in un grande mercato integrato sarebbe invece l’ideale per “ricavare il massimo dai soldi spesi” e quindi dare più potere d’acquisto ai nuclei familiari.

Tutelare e privilegiare le aziende nazionali comporta l’aumento dei costi e ci rende più deboli. Cerchiamo dunque di non commettere lo stesso errore di Trump con i suoi dazi: l’Europa può e deve fare meglio.


Bill Emmott è uno scrittore indipendente e consulente in affari internazionali.