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Perché la premier cerca la sintonia con il fragile kaiser

di PIERO IGNAZI | 13 Febbraio 2026


La statura politica del cancelliere tedesco Frederich Merz è inversamente proporzionale alla sua stazza. L’ essere stato il primo cancelliere della storia repubblicana tedesca bocciato al primo voto al Bundestag, e quindi ad aver avuto bisogno di un secondo passaggio, dava già una indicazione della stima che lo circondava. Poi c’è stato un susseguirsi di gaffe (una perla: «Israele fa il lavoro sporco per noi», a proposito dell’attacco all’Iran) e di inversioni ad U rispetto a posizioni precedenti. Nella sua continua oscillazione aveva bisogno di un punto fermo.

Non poteva offrirlo il presidente francese Emmanuel Macron, troppo ingombrante: inevitabilmente si sarebbe dovuto mettere sulla sua scia. In realtà è quello che i tedeschi hanno accettato per decenni in omaggio al trattato dell’ Eliseo del 1963, e alla loro storia passata: un gigante economico e un (apparente) nano politico, si è detto per tanto tempo. Nemmeno quando arrivò al potere una nuova generazione politica, del tutto estranea al passato, la coppia rosso-verde Gerhard Schroeder e Joschka Fisher, e si parlò di nuova assertività tedesca, poi non cambiò nulla; anzi, il rapporto franco -tedesco, pur con presidente moderato come Jacques Chirac, si rafforzò ulteriormente fino a contrapporsi all’invasione americana dell’Iraq. E il regno di Angela Merkel , fu contrassegnato dal celebre suo motto, Keine Experimente, nessun esperimento.

Poi, se la pallida cancelleria di Olaf Scholz sembrava solo un triste episodio, l’arrivo di Merz al governo del paese, dopo aver perso tante battaglie interne, fa persino rimpiangere il suo predecessore. La sua debolezza ha trovato alla fine un sostegno nella presidente del consiglio italiana, decisamente abile ad offrirsi come spalla di un cancelliere travicello. Un vero matrimonio di interesse: l’Italia per tornare ad essere un attore di primo piano nell’arena europea e comunitaria dopo gli scivoloni su Mes e dintorni, la Germania per affrancarsi dalla stretta francese e dar spazio ai ruggenti interessi della sua industria, traumatizzata dalla recessione e dalla perdita dei mercati esteri. Questa intesa porta a una battuta d’arresto nel processo di integrazione europea.

Coerente con la sua storia, Meloni punta tutto su una ri-nazionalizzazione dei rapporti interni alla Ue. Gli Stati devono godere di sempre maggiore autonomia rispetto alla Commissione e al Parlamento di Strasburgo (e tra un po’ toccherà anche alla Corte di Giustizia…), e quindi il Consiglio europeo non può sentirsi più vincolato dalle istituzioni comunitarie. Ovviamente questo succede perché la presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen, è del tutto in linea con il suo cancelliere. Ne condivide l’ideologia pro-market e filo-industriale. Il Green Deal è stato un bel sogno. L’idea di uscire dalla cappa di carbone che ci soffoca è stata tradotta e mistificata in ideologismo verde. Mentre l’ industrialismo inquinatore è mistificato a sua volta in competitività e progresso.

Tutto ciò è coerente con l’avanzata delle destre in ogni ambito. Welfare, diritti, Europa sociale sono in ritirata e cedono il passo alle truppe degli affari. Qualche resistenza è messa in campo. Ad esempio, il ministro delle finanze tedesco, il socialista Jörg Kukies, ha promosso un direttorio a sei (E6) per armonizzare le politiche economiche dei maggiori paesi in senso progressista. Mancano però sponsor politici di peso per questo progetto. Socialisti, liberali e Verdi non levano la voce, e rischiano di fare le foglie di fico a politiche promosse con il consenso dei gruppi di destra, formalmente fuori dalla maggioranza Ursula ma in realtà determinanti.

Con la conseguenza di un ritorno agli Stati nazionali e di un indebolimento della approccio comunitario. Un tempo la classe dirigente italiana in senso lato sosteneva una maggiore integrazione europea, basti pensare al favore dimostrato al nostro ingresso alla moneta unica. E sembrava aver accolto anche il Green Deal. Ora la destra meloniana sta guidando la classe dirigente verso uno scetticismo appena mascherato nei confronti dell’Unione europea. Sarebbe triste, quanto significativo, se non ci fosse una reazione adeguata a questa tendenza, proprio nell’anno in cui ricorre il quarantesimo anniversario della morte di Altiero Spinelli.