Dazi, Meloni si affidi all'Europa
di VERONICA DE ROMANIS
«Sicurezza e crescita» sono i due obiettivi indicati da Giorgia Meloni nella conferenza stampa di inizio anno. Il governo punta a rendere l’Italia un Paese più sicuro, protetto e prospero attraverso un maggiore sviluppo. Obiettivi ovviamente condivisibili, ma oggi più difficili da raggiungere in un contesto internazionale incerto e profondamente mutato rispetto al passato. La principale novità risiede nelle decisioni prese dall’amministrazione Trump. Il presidente americano ha messo in chiaro che la sicurezza non sarà più considerata un bene «gratuito». Tradotto, gli europei – e quindi anche noi – dovranno sostenerne direttamente i costi.
Parallelamente, la priorità dichiarata resta una sola: la crescita degli Stati Uniti. A questo scopo – ma non solo – Trump ha introdotto lo scorso anno dazi volti a frenare le importazioni, incluse quelle provenienti dagli Stati alleati. Venerdì la Corte Suprema ha bocciato il provvedimento. Il presidente, però, non intende cambiare rotta. E, così, ha minacciato nuove barriere per tutti del 15%. Per una economia come quella italiana, caratterizzata da un debito elevato – e quindi da spazi fiscali ridotti per finanziare la sicurezza – e da un sistema produttivo fortemente orientato all’export, tale incertezza non è certamente una buona notizia.
Servono nuove risorse e nel contempo serve ripensare i modelli di crescita: dove investire, come aumentare la produttività e su quali filiere costruire la competitività futura. La strada per attuare questo cambio di passo non può essere nazionale: l’Italia non ha né le dimensioni né le risorse sufficienti per farcela da sola. Il percorso, dunque, deve svilupparsi all’interno dell’Europa. Nell’Unione si possono trovare gli strumenti, il percorso e la strategia di lungo termine: si cresce insieme e ci si difende insieme. È quindi essenziale restare saldamente ancorati al progetto europeo e contribuire in modo attivo alla sua espansione e alla sua tenuta. In primo luogo, perché è lì che ci sono le risorse.
Meloni ne è perfettamente consapevole. Non a caso si è espressa a più riprese a favore dell’adozione degli Eurobond. Ossia strumenti di debito comune. Sulla base di questa linea, il governo ha deciso di non aderire al gruppo dei 17 Paesi che hanno attivato la clausola di salvaguardia messa a disposizione da Bruxelles, che consente di aumentare il debito nazionale oltre i limiti previsti dalle regole di bilancio comunitarie per finanziare nuove spese per la sicurezza e la difesa. Nello specifico, è possibile spendere entro il 2028 una somma massima pari all’1,5% del Pil senza essere sanzionati. L’ultimo Paese ad aderire è stato l’Austria la settimana scorsa.
L’Italia ha fatto una scelta diversa avendo ben chiaro che la risposta strutturale debba passare più dalla condivisione europea del debito che dall’espansione di quello nazionale. Dovremmo – il condizionale resta d’obbligo perché tutto dipende dall’uscita dalla procedura d’infrazione per deficit superiore al 3% – attivare un secondo strumento messo a disposizione dall’Europa: il programma Safe che permette di accedere a debito europeo dedicato. Si tratta di un meccanismo simile al Sure, già utilizzato durante la pandemia per oltre 27 miliardi.
La logica è identica: risorse comuni, raccolte a livello europeo, per finanziare spese straordinarie senza gravare direttamente – e interamente – sul debito nazionale. A conti fatti, quando si può scegliamo la via europea. Ed è la stessa direzione che dovremmo seguire anche sul fronte della crescita. Per aumentare la domanda estera è necessario trovare nuovi sbocchi commerciali. In questo senso, (molto) bene ha fatto il governo (qui il plauso va al ministro Lollobrigida) per aver sostenuto l’accordo del Mercosur (Argentina, Brasile, Urugay e Paraguay) e anche quello con l’India. È evidente che si tratta di processi graduali e lunghi.
Proprio per questo bisogna lavorare anche sulla domanda interna. E, qui, sappiamo esattamente cosa fare: incrementare la competitività. Occorre dunque creare un’unione dei capitali, capace di attrarre nuove risorse dall’estero e indirizzarle verso investimenti produttivi. Ma anche in questo caso serviranno tempo e volontà politica. Nell’immediato, però, si può fare molto rafforzando ciò che esiste a cominciare dal mercato unico. Come fare? Semplice.
I Paesi membri devono eliminare i molteplici vincoli e le barriere introdotti nel corso degli anni. L’Italia è tra quelli che ne hanno fatto maggior uso, talvolta in maniera del tutto irrazionale come nel ricorso al Golden Power per bloccare l’acquisizione di una banca italiana (Bpm) da parte di un’altra banca italiana (Unicredit). Serve il coraggio di cambiare impostazione. E narrativa: si cresce con gli altri europei non contro. Del resto, al sovranismo americano non c’è risposta più efficace di un sovranismo europeo.