Meloni ignora il Colle e detta la linea. Sui magistrati decisa a tirare dritto di FRANCESCO MALFETANO PODCAST - https://is.gd/Ouxmi7 (Meloni alza lo scontro per il referendum) Centotrentaquattro secondi. Tanto basta a Giorgia Meloni per spazzare via ogni dubbio: l’appello di Sergio Mattarella al «rispetto vicendevole», pronunciato al plenum del Consiglio Superiore della Magistratura, non cambia la linea del governo sui giudici. Poche ore dopo quell’intervento, la premier torna davanti alle telecamere di Palazzo Chigi e affida a un video – calibrato per i social e utile per i tg della sera – un nuovo affondo contro «decisioni oggettivamente assurde» della magistratura che, sostiene, ostacolano l’azione dell’esecutivo. Il tempismo è la sostanza del messaggio. Nessuna retromarcia, nessun ammorbidimento dei toni. Martedì Meloni aveva evocato il caso di un immigrato algerino trattenuto in un Cpr e poi liberato nonostante «23 condanne alle spalle», con tanto di richiesta di risarcimento da 700 euro al Viminale. Ieri cambia bersaglio ma non registro: nel mirino finisce la sentenza del tribunale di Palermo che ha condannato lo Stato a versare 76 mila euro più interessi all’ong tedesca Sea Watch per il blocco della nave dopo la forzatura del divieto di ingresso in porto da parte dell’allora comandante Carola Rackete, già ex eurodeputata. Poco importa se nel mezzo è arrivato il richiamo di Mattarella. Se per qualche ora il governo prova a marcare il fatto che il Colle si riferisse tanto ai giudici quanto alla politica per non evidenziare la frattura, alla fine il messaggio meloniano è netto. Senza neanche più il consueto distinguo su «una parte politicizzata» dei giudici. La premier si dice «senza parole». Ma le trova, eccome. E sono durissime. Nei corridoi di via della Scrofa raccontano che i sondaggi sul referendum sulla giustizia non consentono esitazioni. L’esito appare più incerto di quanto preventivato e la mobilitazione dell’elettorato necessaria a far prevalere il “sì” non è scontata. I toni «devono» restare alti. Anche a costo di un nuovo attrito istituzionale che rischia di complicare l’altra partita che si gioca in parallelo: la riforma della legge elettorale, dossier che richiede un clima meno incendiario di quello attuale. È l’assaggio di una strategia che, a meno di una clamorosa inversione di tendenza misurata dai dati nei prossimi giorni, la presidente del Consiglio non intende modificare fino al voto del 22-23 marzo. Al di là dei richiami al merito della riforma lanciati fin qui, la scelta è quella della personalizzazione. Meloni mette sé stessa al centro della contesa. Ha chiesto sostegno ai ministri, ma è convinta di dover guidare in prima persona la campagna, per controllare tempi, linguaggio e intensità. In quest’ottica si spiega anche la gestione del caso Carlo Nordio. Le sue parole sul Csm definito «sistema para-mafioso» hanno offerto a Mattarella l’occasione per intervenire con fermezza. Ai vertici dell’esecutivo non ne smentiscono il merito, ma bollano l’uscita come un errore strategico. «Forse ha un po’ esagerato», concede la ministra delle Riforme Maria Elisabetta Casellati, già componente del Csm. Domenica, riferiscono fonti di governo, c’è stata una telefonata tesa tra la premier e il Guardasigilli, “invitato” a limitare le occasioni di confronto con la stampa. Non è un caso che al Question time alla Camera sull’iniziativa di via Arenula di conoscere i finanziatori dei comitati del “No”, al posto di Nordio si sia presentato Luca Ciriani, parafulmine parlamentare per eccellenza nei momenti più delicati del governo. Una scelta che segnala la volontà di Palazzo Chigi di riportare sotto controllo la comunicazione. Sicurezza e migrazioni restano i due assi nella manica. Le carte con cui provare a sovvertire numeri interni meno confortanti del previsto. Lo ammette con prudenza anche il ministro della Difesa Guido Crosetto: l’esito del referendum è meno certo di qualche settimana fa, anche se - sostiene - bisognerebbe evitare di trasformarlo in «un derby», tanto comunque «non avrà effetti» sulla tenuta dell’esecutivo. È un cambio di tono che fotografa l’incertezza del momento. Per questo Meloni prepara un’ulteriore accelerazione. Più presenza, più visibilità, più iniziativa personale. In tv, come il passaggio a sorpresa a Cortina per applaudire gli azzurri dello short track alle Olimpiadi invernali. Eventualmente anche a Sanremo, se servirà a intercettare un pubblico più ampio. Nelle piazze, a Milano il 12 marzo con i comitati del “Sì” di Fratelli d’Italia. O, nel caso, a Napoli se dovesse servire sfidare apertamente Nicola Gratteri. Comunque, sui social, con nuovi video da Palazzo Chigi per sfogliare a favore di telecamera il faldone sugli errori giudiziari che da settimane campeggia sulla sua scrivania. È lì dentro, ne è convinta Meloni, che si nasconde la chiave per ribaltare una partita che oggi appare più aperta del previsto.