La resa dei conti cambia il Medio Oriente
L’obiettivo della guerra va oltre programma nucleare, capacità missilistiche, sostegno alle milizie pro-Teheran nella regione: è far cadere il regime degli Ayatollah
Stefano Stefanini
Con la morte della Guida Suprema, se confermata, la terza Guerra del Golfo israeliano-americana ha messo a segno un obiettivo nient’affatto nascosto. Né Donald Trump né Benjamin Netanyahu avevano fatto mistero di volere l’eliminazione fisica di Ali Khamenei. Averlo centrato al primo giorno di guerra sta ad indicare due cose: il livello di preparazione e di intelligence dietro l’attacco all’Iran; l’incapacità quasi penosamente dilettantesca del regime di proteggere il suo capo e simbolo, pur ben sapendo che era nel mirino. Non fu così per Saddam in Iraq o Gheddafi in Libia. C’è del marciume interno in un regime che non sa minimamente proteggersi da rischi annunciati. In teoria la teocrazia è un sistema che non sii basa sulla personalità del leader, pur autorità indiscussa e despotica. In pratica? Se effettivamente decapitato, lo scopriremo presto.
L’obiettivo della guerra va infatti oltre programma nucleare, capacità missilistiche, sostegno alle milizie pro-Teheran nella regione. È di far cadere il regime degli Ayatollah. Senza sporcarsi le mani con fatiche e rischi del “regime change”. Ci pensino gli iraniani liberati dal giogo teocratico. Non ci saranno truppe americane di terra nel post-Khamenei. Trump può cambiare idea, lo fa continuamente, ma ha l’America ha imparato la lezione in decenni d’interventi, spesso ben intenzionati: il suo strapotere militare si ferma all’indomani dell’intervento militare. E Donald ha un interesse a malapena superficiale per le sorti di vuole la democrazia, Venezuela docet.
Di guerre in quella parte del mondo ce ne sono state tante, ma questa è la terza guerra “americana”. Con risorse militari e finalità geopolitiche di ampia scala. Come le due precedenti contro l’Iraq, cambia gli equilibri regionali ed internazionali. Donald Trump non ha fatto alcun tentativo di giustificarla né al Congresso, cui teoricamente è riservato il potere di dichiararla, né sul piano del diritto internazionale. Non rispetta le prerogative costituzionali del primo e non si cura del secondo. La “difesa degli americani dalla minacce dell’Iran” non è surrogata da alcuna recente mossa di Teheran. O la minaccia e’ quel “morte all’America” che dura da 47 anni. Ma allora il discorso è diverso.
La teocrazia iraniana si è subito dichiarata nemica degli Stati Uniti, a parole e a fatti. La lista dei misfatti è lunga. Trump è partito dagli attentati di Beirut del 1983, costati la vita a 241 militari americani (e 58 francesi) della forza di pace multinazionale (Mfn) in Libano - l’Italia che pure ne faceva parte fu risparmiata (come illustra Oriana Fallaci in Inshallah) - dietro i quali la mano iraniana è sempre stata un segreto di Pulcinella. Del resto, non fu Khomeini che, dall’esordio, fece del confronto con gli Usa la ragion d’essere del regime? Umiliando l’America con la presa in ostaggio di tutto il personale dell’ambasciata americana a Teheran, in barba a tutte le regole delle relazioni internazionali? Ieri il conto è stato presentato al suo successore.
Benjamin Netanyahu è andato a nozze. Era l’opportunità che attendeva da anni. Tutti i predecessori di Trump gliel’avevano negata, persino George W. Bush all’apice dell’interventismo neoconservatore. Il “preventivo” Nobel per la pace a Barack Obama fu dato perché voleva evitare una guerra con l’Iran. Gerusalemme, non protetta da un oceano rischia molto di più, è fatta ugualmente protagonista – l’eliminazione di Khamenei sembra avvenuta per opera israeliana, ma questa è soprattutto la guerra americana contro l’Iran. È la guerra di Donald. Non a caso ha ribattezzato il Pentagono Dipartimento della Guerra, Adesso lo mette all’opera.
Quando una guerra comincia non si sa né come né quando finisce. Chiedere a Vladimir Putin. Gli esperti militari concordano che non si può vincere solo dall’aria. Ma dall’aria si può far crollare un regime. Specie se perde il suo capo alle prime avvisaglie. Siamo appena al secondo giorno. Salvo un’implosione favorita, a questo punto, dalla scomparsa della Guida Suprema se ne prospettano molti altri. Con tre considerazioni. Uno, per evitare la guerra gli iraniani avrebbero dovuto alzare bandiera bianca nel negoziato. Che il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi – ma come si fa a negoziare guerra o pace per interposta persona? – l’avesse capito o meno è irrilevante. La capitolazione era un lusso che la teocrazia iraniana, barbaramente repressiva con la sua popolazione, non poteva permettersi. Non Ali Khamenei. Ne andava della sopravvivenza dall’interno. Così l’eliminazione è avvenuta dall’esterno. Ma se il “sistema” non si arrende ha ancora frecce al suo arco. Non ha bisogno di grandi successi militari, non alla portata. Gli basta infliggere qualche perdita, abbattere un aereo Usa, affondare una nave….Trump ha infatti messo subito le mani avanti: in guerra ci sono perdite. Teheran ha inoltre l’arma della chiusura di Hormuz, dove passa il 20% del petrolio. Vedremo stasera dove sarà il prezzo.
Due, le reazioni internazionali sono finora state straordinariamente sottotono, almeno pre-notizia Khamenei. Gli europei, impotenti nel loro vicinato – non è una novità - si guardano da qualsiasi spunto critico degli Usa e invocano l’allentamento delle tensioni - mentre su Teheran e Gerusalemme cadono i missili e, persino nelle strade di Dubai, si raccolgono detriti di droni. Solo Emmanuel Macron ha alzato la voce chiedendo la convocazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ognuno gioca con le carte che ha, la Francia col seggio permanente. Da Mosca e Pechino dichiarazioni da minimo sindacale – la solidarietà Brics e Shanghai (Sco) evapora come nebbia al sole. Mai vista una comunità internazionale così passiva. Tre, è la seconda volta che Donald Trump passa all’azione militare nel bel mezzo di negoziati. Lasciamo perdere se a torto a ragione. Contro ogni regola d buona condotta internazionale. Come minacciò più volte di fare nelle trattative commerciali con i partner. Per fortuna la Corte Suprema gliene ha tolto il potere in materia dazi, ma siamo tutti avvertiti sul modus operandi di Washington.