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Comunque vada sarà un insuccesso

Comunque vada sarà un insuccesso

di NATHALIE TOCCI


Stati Uniti e Israele attaccano l’Iran con l’obiettivo di un cambio di regime. In poche ore, la guerra decapita la Repubblica islamica, uccidendo la Guida suprema Ali Khamenei. Nonostante questo apparente successo dell’aggressione, gli scenari per l’Iran, il Medio Oriente e gli stessi Stati Uniti sono foschi. Contrariamente a quanto dichiarato dal presidente Donald Trump, ma smentito dalla stessa Cia, non esistevano minacce iraniane imminenti - nucleari o missilistiche - nei confronti degli Stati Uniti tali da giustificare l’intervento.

È noto che Trump non avesse «obliterato» il programma nucleare di Teheran, come da lui affermato dopo l’attacco congiunto Israele-Usa all’Iran nell’estate scorsa. Ciononostante, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica non aveva rilevato né una ripresa dell’arricchimento dell’uranio né un programma nucleare militare. Lo stesso Trump, seguito dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha poi lasciato intendere che l’obiettivo questa volta fosse diverso: non più la distruzione del programma nucleare, ma un cambio di regime, esortando il popolo iraniano a insorgere.

Le azioni militari lo confermano: nel mirino sono finiti i vertici del regime, a cominciare da Khamenei. Tutto ciò avviene sullo sfondo di un regime iraniano delegittimato agli occhi della popolazione soprattutto dopo il sangue e la repressione delle proteste di inizio anno, militarmente vulnerabile agli attacchi di Israele e Stati Uniti e strategicamente colpito dal fallimento dell’«asse della resistenza» sciita coltivato per decenni da Teheran.

E qui finiscono le buone notizie. Guardando al futuro, non si intravedono spiragli. Il regime iraniano è stato decapitato, ma non dà segni di implosione. A differenza dell’Iraq di Saddam Hussein, della Libia di Muammar Gheddafi, della Siria di Bashar al-Assad o anche della Russia di Vladimir Putin, la Repubblica islamica è autoritaria, ma non fa perno su un solo uomo.

La Guida suprema ne rappresenta il volto teocratico, comanda le forze armate e funge da arbitro del sistema, ma opera in un contesto in cui convivono diversi centri di potere parzialmente sovrapposti: dal Consiglio dei guardiani all’assemblea degli esperti, dal Consiglio per il discernimento alle Guardie rivoluzionarie, dagli apparati di intelligence al Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, fino a istituzioni più recenti come il Consiglio di difesa.

A ciò si aggiunge il fatto che Khamenei aveva 86 anni e che l’Iran si preparava a un nuovo attacco statunitense e israeliano sin dalla fine dell’ultima guerra dei 12 giorni. Insomma, l’uccisione della Guida suprema non ha colto il regime di sorpresa. La rapida costituzione di un consiglio ad interim e i contrattacchi contro Israele e le basi americane nel Golfo e in Giordania, semmai, lasciano intendere che le linee di comando restano intatte. Anche Trump poteva immaginarlo. Tutto sommato, forse favorisce uno scenario non di implosione totale dell’Iran – come vorrebbe Netanyahu – ma qualcosa di simile a quanto accaduto in Venezuela.

Nicolás Maduro, come Khamenei, è stato rimosso. E così come in Venezuela Trump ha trovato un’intesa con il regime chávista basata sul patto implicito di petrolio in cambio di potere, probabilmente il presidente Usa spera in una soluzione analoga, se non con l’intero regime iraniano, almeno con una parte consistente dei suoi apparati di sicurezza. Ma la Repubblica islamica non è il Venezuela chávista: l’opposizione a Stati Uniti e Israele è un pilastro fondativo, non accessorio, dell’identità rivoluzionaria del regime.

Sebbene questa identità fosse condivisa molto meno, se non affatto, dalla popolazione iraniana fino all’estate scorsa, due guerre in meno di un anno non hanno certo reso più popolari Stati Uniti e Israele agli occhi degli iraniani. Si può detestare un regime repressivo e mantenere la lucidità per opporsi a un attacco ingiustificato. Diventa più facile farlo con l’aumento delle vittime. Dubito che le famiglie delle 148 vittime, per lo più bambine, dell’attacco alla scuola di Minab, nel sud dell’Iran, vedano Trump o Netanyahu di buon occhio.

La politica estera di Trump è predatoria, ma anche volubile e codarda. In poco più di un anno, gli Stati Uniti hanno attaccato sette Paesi – Nigeria, Siria, Yemen, Somalia, Venezuela, Iraq e Iran – tutti molto più deboli degli Stati Uniti, e ogni volta gli attacchi sono durati pochi giorni. In nessuna di queste guerre Trump ha voluto o ottenuto trasformazioni durature. Stavolta ha preannunciato una guerra più lunga, che riporterà a casa bare avvolte a stelle e strisce.

Tuttavia, il presidente statunitense, e soprattutto la sua base “Maga”, restano contrari a una guerra senza fine in Medio Oriente, tanto più una che schieri truppe statunitensi sul terreno. Il regime iraniano lo sa. Sa che la sua è una battaglia per la sopravvivenza e che l’unica via d’uscita è aumentare i costi della guerra per gli Stati Uniti, puntando sull’escalation. È una strategia ad altissimo rischio, ma razionale, dato che sul piatto c’è la propria testa.

È per questo che, a differenza dell’ultima guerra, Teheran ha scelto di colpire non solo Israele, ma di allargare il conflitto, attaccando anche le capacità statunitensi in Medio Oriente, pur sapendo di inimicarsi i Paesi del Golfo con cui era in corso un lento riavvicinamento. Gli attacchi nel Golfo, la navigazione pressoché interrotta nello stretto di Hormuz e il probabile innalzamento del prezzo del petrolio sono le armi con cui un regime disperato e crudele, ma non per questo in fin di vita, si aggrappa alla sopravvivenza. Trump potrebbe fare la fine di Putin, che, convinto di conquistare l’Ucraina e rovesciarne il governo in due settimane, si è invece impelagato in una guerra senza fine in Europa.

Oppure potrebbe continuare a essere Trump e, a un certo punto, lavarsi le mani e puntare il mirino altrove. In questo caso, il risultato in Iran potrebbe essere l’ascesa di una figura militare, magari meno visibilmente ideologica ma non meno repressiva e antiamericana, al vertice del Paese. E negli Stati Uniti, con l’ennesima manifestazione di una politica miope e predatoria, l’accelerazione del declino relativo dell’America.