«la grande onda di raid deve ancora arrivare»
di MATTIA FERRARESI
Percependo, per una volta, il bisogno di chiarire gli obiettivi della guerra che si sta già propagando in tutto il Medio Oriente, Donald Trump ha fissato alcuni punti: «Distruggere le capacità missilistiche dell’Iran», «annichilire la marina» e poi impedire che il regime si doti di armi nucleari e che sponsorizzi il terrorismo internazionale. Fra gli scopi non c’è dunque il cambio di regime, che finora è stato citato come esito ricercato dell’operazione. Questi sono dunque gli obiettivi «chiari» di una amministrazione che nella sola giornata di ieri ha detto tutto e il suo contrario.
L’operazione sta andando benissimo, durerà poco ed è «in anticipo sui tempi» (al New York Post), ma la «grande onda deve ancora arrivare» (alla Cnn); e mentre il segretario della Difesa, Pete Hegseth, spiegava che questo non è l’Iraq e il regime change sarà compito degli iraniani, il Pentagono inviava altre truppe nell’area e Trump non escludeva l’invio di forze di terra. Dunque i raid israeliani, guidati dall’intelligence americana, hanno ucciso Khamenei ed eliminato l’intera leadership del regime non per farlo crollare, ma per altri più limitati progetti militari. Il messaggio è, per essere clementi, molto confuso.
Smentite in casa
Riporta la Reuters che domenica i funzionari del Pentagono hanno confermato ad alcuni membri del Congresso, in una sessione a porte chiuse, quello che era evidente: l’Iran non aveva alcuna intenzione di attaccare preventivamente gli Stati Uniti o le forze americane nella regione. Dopo che gli inviati americani la settimana scorsa hanno presentato alla controparte le condizioni irricevibili che hanno fatto precipitare le trattative con il regime – zero arricchimento dell’uranio era condizione necessaria, ma non sufficiente – Steve Witkoff ha detto che l’Iran era vicino alla produzione di missili che «presto» sarebbero stati in grado di raggiungere gli Usa. Witkoff non ha fornito dettagli su caratteristiche, gittata e produzione di questi missili, ma le voci fuoriuscite dei funzionari forniscono una risposta abbastanza chiara: non c’erano informazioni credibili su un attacco imminente, né su missili capaci effettivamente di portarlo.
La Casa Bianca accusa un brutale regime autoritario di possedere, nascoste da qualche parte, armi di distruzione di massa e usa questo come pretesto per un’invasione con lo scopo di disarmare i cattivi e installare la democrazia, perno del tentativo di ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. Dove abbiamo già sentito questa storia? È la vicenda dell’invasione dell’Iraq nel 2003, certo, e sappiamo com’è finita. Allora, però, gli apparati americani avevano almeno fatto lo sforzo di costruire una impalcatura di ragioni plausibili, di trovare i voti al Congresso, di convincere l’Onu, di persuadere l’opinione pubblica che si trattava di una amara necessità.
Trump non si cura di fare nulla di tutto ciò. Gli uomini a cui ha affidato la trattativa, che si sono occupati nella loro vita finora di affari immobiliari, contraddicono i generali e parlano senza fornire prove (nemmeno finte) di attacchi imminenti per giustificare un vasto attacco preventivo dalle conseguenze enormi e imprevedibili. Senza contare che erano le stesse persone che fino a poche settimane fa ripetevano che il programma nucleare era stato «obliterato» lo scorso anno. Trump, eletto per rimettere al centro della scena la working class americana tradita dalla globalizzazione e scacciare gli internazionalisti che avevano devastato il mondo con il pretesto di democratizzarlo, è diventato il presidente che in un anno ha sferrato attacchi militari contro sette paesi diversi.
Cosa che non ha fatto bene agli indici di gradimento. Solo il 21 per cento degli americani è favorevole all’intervento in Iran, mentre il 50 per cento è attivamente contrario; gli altri sono indecisi, ma senza entusiasmo. Fra i repubblicani l’entusiasmo bellico per la decapitazione del regime è più alto, ma comunque si tratta del 40 per cento di sostenitori convinti.
Forme ibride
La “furia epica” che Trump ha scatenato contro il regime iraniano, uccidendo nel primo giorno di azioni la guida suprema Ali Khamenei, è l’esempio più clamoroso di un metodo che si ripete in scenari diversi: l’impiego senza scampo di una forza militare spropositata per ottenere qualcosa. Sì, ma che cosa? La cattura di Nicolas Maduro è stata giustificata legalmente come un’enorme operazione di polizia contro un narcostato che avvelenava gli Stati Uniti con la droga, politicamente come l’applicazione della “dottrina Donroe” sul dominio nell’emisfero occidentale ed economicamente come un’operazione per mettere le mani sul petrolio venezuelano, togliendolo alle mani della Cina e degli alleati del regime.
Ma l’azione non si è tradotta in un regime change, quanto in una forma ibrida di controllo del vecchio regime da parte di nuovi padroni. Per questo ora nell’amministrazione si parla di “regime alteration”, una cosa che teoricamente si può fare con la guerra aerea e non impegna nelle operazioni di nation-building che hanno trascinato nel pantano governi molto più accorti e preparati di questo. «Questa non è la guerra per un cambio di regime, ma il regime è sicuramente cambiato e il mondo ne trae beneficio», ha detto Pete Hegseth nel suo primo intervento dopo il lancio dell’operazione. In questo contesto spicca il silenzio del vicepresidente, JD Vance.
Dall’inizio degli attacchi non ha scritto nulla sui social sulla guerra, limitandosi a riproporre il video di aggiornamento di Trump di domenica. Vance è stato probabilmente il più esplicito, in questi anni, a contrastare la retorica dei falchi e a castigare le proiezioni imperiali; l’ex marine che era partito per l’Iraq pieno di entusiasmo civilizzatore è tornato disilluso e infuriato. Vance è il simbolo del rifiuto di quella eredità.
Con il passare dei mesi si è fatto però sempre più palese lo scontro interno con il segretario di Stato, consigliere per la sicurezza nazionale, viceré del Venezuela e delegato a qualunque cosa Rubio, un falco internazionalista che negli anni ha imparato a volare in qualunque cielo. L’iniziativa in Iran è un’altra vittoria della sensibilità internazionalista che Rubio rappresenta e una sconfitta per quello che rimane della posizione del vicepresidente.