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L’esproprio della Cisgiordania

L’esproprio della Cisgiordania

Mentre il mondo è distratto dal Board of Peace Israele compie i passi decisivi verso l’annessione

di FRANCESCA MANNOCCHI
PODCAST - https://is.gd/S1dcd3

Il governo israeliano ha approvato domenica 15 febbraio la ripresa della registrazione fondiaria in Cisgiordania, soprattutto in Area C: la procedura con cui si stabiliscono i diritti di proprietà su un’area, si fissano confini, si decide chi è titolare di una particella e che cosa, invece, resta o diventa terra dello Stato. È un meccanismo che, nella pratica, può spostare terra palestinese dentro un perimetro amministrativo israeliano senza bisogno di un atto formale di annessione. La procedura funziona così: quando l’autorità avvia la registrazione su una zona, chi rivendica un diritto deve presentare documenti, mappe, atti, successioni, prove d’uso. In un normale ordinamento servirebbe a ridurre contenziosi e chiarire proprietà.

In Cisgiordania il contesto è diverso: per molte famiglie palestinesi la terra è reale, coltivata e trasmessa, ma non sempre supportata da un fascicolo completo secondo standard contemporanei, anche per ragioni storiche e per i vuoti prodotti da decenni di gestione militare. L’esito, qui, non è solo una fotografia del presente ma un cambio di status giuridico. Il punto politicamente decisivo è l’inversione dell’onere della prova. Non è lo Stato che deve dimostrare perché una particella non sia privata; è il proprietario a dover dimostrare che lo è.

Dove la prova non arriva - per documenti incompleti, archivi lacunosi, successioni non formalizzate, costi legali - la presunzione pratica diventa: se non riesci a provarlo nei modi richiesti, quella terra può essere registrata come statale. È una differenza sottile solo in teoria: nella vita di un’occupazione, la differenza tra “uso” e “titolo registrato” è la differenza tra restare e perdere. Il governo israeliano presenta la misura come un intervento di ordine e trasparenza, anche per contrastare registrazioni presumibilmente illegali che sarebbero state portate avanti dall’Autorità nazionale palestinese.

Ma la scelta di riaprire la registrazione dopo decenni, e di farlo con un impianto politico esplicitamente pro-insediamenti, cambia la lettura. La misura si inserisce in un pacchetto più ampio pensato per rafforzare il controllo israeliano in Cisgiordania e rendere più semplice l’acquisizione di terre da parte di israeliani, mentre il mondo è distratto dal Board of Peace e dalle promesse di ricostruzione di Gaza. Il ministro delle finanze Smotrich la presenta come un passo ulteriore nel consolidamento dell’espansione degli insediamenti; il ministro della difesa Katz la giustifica come una necessità di controllo sul territorio e di applicazione delle regole.

Il cuore sta nell’Area C, cioè il 60% circa della Cisgiordania: l’area dove Israele già controlla pianificazione, permessi, sicurezza. È qui che una decisione catastale produce conseguenze immediate. Se una particella viene registrata come terra dello Stato, entra subito nel circuito che modella il territorio: pianificazione urbanistica, infrastrutture, strade e accessi. Da quel momento la sua destinazione dipende dalle decisioni dell’amministrazione: può essere assegnata, collegata, resa edificabile. E soprattutto cambia status: passa da bene conteso a bene pubblico registrato, quindi più stabile e più difficile da rimettere in discussione sul piano politico.

Le organizzazioni israeliane che monitorano l’espansione degli insediamenti leggono questa misura come un salto di fase. Peace Now parla di “mega land grab” e avverte che l’effetto potenziale potrebbe portare Israele a prendere il controllo fino all’83% dell’Area C, cioè circa metà della Cisgiordania. La cifra è una stima, ma serve a definire la scala che non è quella di un intervento marginale, ma un dispositivo capace di ridisegnare la disponibilità territoriale in un’area già segnata da colonie, avamposti e limitazioni edilizie palestinesi. Anche i tempi e i soldi indicano che non si tratta di un gesto simbolico.

The Times of Israel scrive che il governo ha allocato un budget iniziale di 244 milioni di shekel per gli anni 2026–2030 e che l’operazione - per come è concepita - potrebbe richiedere fino a 30 anni. In altre parole: non è una misura da ciclo politico ma un’infrastruttura che mira a produrre effetti strutturali, perché la registrazione fondiaria non si limita ad amministrare il presente: stabilisce che cosa diventa definitivo. La decisione del 15 febbraio non arriva isolata.

Pochi giorni prima, commentando un pacchetto di misure adottate dal gabinetto di sicurezza per rafforzare l’autorità israeliana in Cisgiordania, Eli Cohen, ministro dell’Energia del Likud, ha detto che quei passi equivalgono a mettere in pratica una “sovranità di fatto” e a rendere impossibile uno Stato palestinese. Le reazioni palestinesi e regionali sono state immediate. L’Autorità Palestinese definisce la misura una “grave escalation” e chiede intervento internazionale; paesi come Qatar e Giordania parlano di escalation e violazione dei diritti.

Il linguaggio diplomatico è quello usato da anni contro gli insediamenti; la differenza, questa volta, è che la misura lavora non su nuove costruzioni annunciate, ma sul terreno che rende possibili - e legalmente più stabili - nuove costruzioni domani. Per capire perché la registrazione fondiaria pesa così tanto bisogna fare un passo indietro, senza mitizzazioni: non è la prima volta che il diritto viene usato come leva territoriale. Un passaggio chiave risale al 1968, quando l’Ordine Militare 291 ha congelato le procedure di accertamento e registrazione definitiva della proprietà già avviate prima del 1967.

In pratica: un lavoro che avrebbe dovuto trasformare l’uso e le consuetudini in titoli registrati, con confini e intestazioni certe, viene interrotto. Così, per decenni, vaste porzioni della Cisgiordania sono rimaste senza una registrazione completa. L’effetto è stato strutturale. Dove la proprietà non è chiusa in un registro ufficiale, la terra diventa più vulnerabile: è più facile contestarla, rileggerne lo status giuridico, spostarla in categorie amministrative diverse. E, soprattutto, diventa più semplice farla rientrare - attraverso procedure e interpretazioni - nella categoria di terra dello Stato. Secondo l’organizzazione israeliana B’Tselem, Israele ha dichiarato oltre 900.000 dunam come terra statale - circa il 16% della Cisgiordania - con la maggior parte delle dichiarazioni tra il 1979 e il 1992.

Quel ciclo ha costruito una base territoriale per l’espansione degli insediamenti dopo che alcune strade legali precedenti erano diventate più controverse. È un precedente utile per leggere il presente: la sottrazione di terra non è avvenuta solo con la forza, ma con categorie che spostano il confine tra privato e pubblico in un territorio occupato. Negli anni successivi, la macchina amministrativa si è raffinata. Dal 1999 opera la cosiddetta Blue Line Team della Civil Administration, incaricata di verificare e definire i confini delle terre dichiarate statali in passato: un passaggio tecnico che, però, diventa spesso precondizione per piani e autorizzazioni.

Un rapporto Onu del 2016 descrive proprio quel team come responsabile dell’ispezione e definizione delle aree designate come “terre statali”. La registrazione fondiaria che riparte oggi si inserisce in questa traiettoria: meno annuncio, più cartografia e archivi; meno gesto politico, più costruzione di irreversibilità. È anche per questo che Peace Now, già nel 2025, sosteneva che la registrazione in territorio occupato è problematica perché produce un risultato definitivo e dunque, nella loro lettura, incompatibile con il principio di temporaneità dell’occupazione.

Non è un dettaglio per giuristi: significa mettere un lucchetto sulla terra nei registri, così che domani non si discuta più se è tua, ma solo perché non puoi più riaverla. La domanda, allora, non è se questa misura sia “solo” burocratica. La domanda è che cosa fa la burocrazia quando lavora su un territorio dove un soggetto controlla permessi, pianificazione, tribunali e accesso ai registri, e l’altro soggetto - quello che dovrebbe provare la propria titolarità - vive dentro un sistema di vincoli. In Area C la traduzione pratica può essere rapida: terre non perfettamente registrate entrano nel circuito statale; il circuito statale rende più semplice pianificare; la pianificazione rende più stabile la presenza coloniale.

È una sequenza che non ha bisogno di dichiarazioni solenni: basta un fascicolo ben fatto. Il governo israeliano respinge l’etichetta di annessione e parla di trasparenza. I palestinesi parlano di annessione di fatto. Le organizzazioni di monitoraggio parlano di un’accelerazione. Sul terreno, la differenza tra queste parole conta meno del risultato che la misura prova a produrre: trasferire la contesa dalla politica all’archivio. E quando una contesa viene fissata nei registri, Israele la sottrae al negoziato e la trasforma in proprietà certificata: un fatto compiuto che gli altri possono solo contestare a posteriori.